uf16766
copertinauf44.jpeg

Sostieni il Magazine

Ogni articolo che pubblichiamo è il frutto di ore di lavoro, non riceviamo finanziamenti, lo facciamo perché crediamo che l’informazione libera sia un bene comune e per continuare a farlo, abbiamo bisogno di te.

L’incrocio pericoloso: storia e futuro del rapporto Iran-USA

2026-01-26 18:10

Riccardo Conti

News/Cultura, iranusa, conflittoiranstatiuniti, relazioniiranusa, israele, sanzioniusa, hezbollah, donaldtrump,

L’incrocio pericoloso: storia e futuro del rapporto Iran-USA

Il conflitto Iran-Usa è una delle rivalità più pericolose al mondo, alimentata da nucleare, guerre per procura e ostilità profonda.

L’astio tra la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America rappresenta una delle rivalità geopolitiche più complesse, longeve e pericolose del mondo contemporaneo. Non è una semplice contrapposizione tra due stati-nazione, ma uno scontro stratificato che coinvolge ideologia, religione, interessi strategici, memoria storica e percezioni reciprocamente antagoniste. Questo rapporto, teso al punto di rasentare più volte l’open conflict negli ultimi quattro decenni, ha plasmato il Medio Oriente, influenzato i mercati globali dell’energia e costituito un fattore determinante per la sicurezza internazionale. Comprenderne le radici, le dinamiche e le possibili evoluzioni è essenziale per decifrare non solo il futuro della regione, ma gli equilibri di potere globali.

Le Radici Profonde del Conflitto: La Caduta di un Re e l’Ascesa della Rivoluzione

Per trovare le origini del conflitto, occorre guardare ben prima del 1979. La relazione tra Iran e Stati Uniti nel XX secolo fu inizialmente segnata da un crescente coinvolgimento americano, culminato nel colpo di stato del 1953, organizzato dalla CIA e dal MI6 britannico, che rovesciò il governo nazionalista e democraticamente eletto di Mohammad Mossadeq (che aveva nazionalizzato l’industria petrolifera) e consolidò il potere dello Shah Mohammad Reza Pahlavi. Questo evento, celebrato a Washington come una vittoria contro il comunismo durante la Guerra Fredda, è rimasto nella coscienza nazionale iraniana come il simbolo dell’ingerenza occidentale, dell’umiliazione e del furto delle risorse del paese. Lo Shah divenne il principale alleato degli USA nella regione, un "gendarme del Golfo", il cui regime secolarizzato, modernizzante ma ferocemente repressivo (grazie alla temuta polizia segreta, la SAVAK), fu sostenuto militarmente, economicamente e politicamente dagli Stati Uniti.

La Rivoluzione Islamica del 1979 guidata dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini fu, dunque, anche una rivolta contro l’egemonia americana. La presa di ostaggi nell’ambasciata americana a Teheran (1979-81), con 52 diplomatici tenuti prigionieri per 444 giorni, trasformò l’ostilità politica in una crisi nazionale per gli USA, un trauma che definì la percezione pubblica americana dell’Iran come uno stato fuorilegge e ostile. Da quel momento, per Washington, l’Iran non fu più solo un avversario geopolitico, ma uno stato canaglia (rogue state) guidato da una pericolosa ideologia teocratica anti-occidentale. Per Teheran, gli Stati Uniti divennero il "Grande Satana", l’incarnazione dell’arroganza imperialista, da resistere e sconfiggere attraverso una politica di indipendenza (esteghlal), autosufficienza e sfida regionale.

La Dimensione Regionale: Una Guerra per Procura Senza Fine

Il conflitto bilaterale si è rapidamente proiettato sull’intera regione mediorientale, assumendo la forma di una guerra per procura (proxy war) multipolare. L’Iran, a maggioranza sciita, ha costruito nel tempo una rete di alleanze e milizie paramilitari – la cosiddetta "Mezzaluna Sciita" o "Asse della Resistenza" – per estendere la sua influenza e contrastare quella di USA, Israele e Arabia Saudita.

Hezbollah in Libano: Creato con l’aiuto iraniano nei primi anni ’80, è il prototipo della proxy di successo: un potente attore politico-militare che funge da deterrente strategico contro Israele.

Siria di Assad: L’alleanza con il regime laico ma dominato dagli alawiti (un ramo dello sciismo) è vitale per Teheran, fornendo un corridoio terrestre verso il Mediterraneo e Hezbollah. Il sostegno militare iraniano (e russo) è stato cruciale per la sopravvivenza di Bashar al-Assad nella guerra civile.

Milizie Sciite in Iraq: Dopo l’invasione USA del 2003 che rimosse Saddam Hussein, acerrimo nemico dell’Iran, Teheran ha coltivato legami profondi con le milizie sciite e i partiti politici iracheni, esercitando oggi un’influenza enorme sulla politica di Baghdad.

Houthi in Yemen: Il sostegno iraniano agli Houthi, ribelli zaiditi (una setta sciita), è parte della rivalità con l’Arabia Saudita, che guida una coalizione militare a sostegno del governo yemenita. Gli attacchi houthi al traffico marittimo nel Mar Rosso hanno ripercussioni globali.

Hamas e Jihad Islamica Palestinese: Nonostante le differenze sunnite-sciite, l’Iran fornisce supporto finanziario e militare a questi gruppi, utilizzando la causa palestinese come potente leva ideologica contro Israele, alleato strategico degli USA.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno cercato di contenere questa influenza attraverso una presenza militare diretta (in Iraq, Afghanistan, Golfo), sanzioni, e un forte sostegno agli alleati regionali: l’embargo militare e di intelligence a Israele, la vendita di armamenti multimiliardari all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, e la garanzia di sicurezza per gli stati del Golfo. Questo ha creato un pericoloso equilibrio del terrore regionale, dove scontri diretti sono evitati, ma le proxy si affrontano continuamente, con il rischio costante di escalation.

Il Nucleare: Il Campo di Battaglia Diplomatico e la Scommessa Fallita

Il programma nucleare iraniano è diventato l’epicentro della contesa negli ultimi vent’anni. Le rivelazioni del 2002 su siti nucleari nascosti hanno alimentato i sospetti di Washington, di Israele e delle potenze europee che l’Iran, sotto la copertura di un programma civile, stesse perseguendo segretamente l’arma atomica. Per l’Iran, il diritto allo sviluppo nucleare per scopi pacifici è una questione di sovranità nazionale e prestigio tecnologico, oltre che una potenziale carta da giocare per la sopravvivenza del regime.

Le sanzioni ONU e, soprattutto, le sanzioni unilaterali e extraterritoriali degli USA (che colpivano chiunque facesse affari con l’Iran) hanno strangolato l’economia iraniana, tagliandolo fuori dal sistema finanziario globale e deprimendo drasticamente le esportazioni di petrolio. La pressione raggiunse livelli tali da costringere Teheran a negoziare seriamente.

Il culmine diplomatico fu l’Accordo sul Nucleare Iraniano del 2015 (JCPOA, Joint Comprehensive Plan of Action), negoziato dall’amministrazione Obama con Iran, UE, Russia e Cina. L’accordo offriva una via d’uscita: l’Iran avrebbe smantellato gran parte della sua capacità nucleare e sottoposto i propri impianti a ispezioni stringenti in cambio della rimozione delle sanzioni. Per un breve periodo, sembrò che si potesse aprire una nuova era. Tuttavia, il JCPOA era intrinsecamente fragile: negli USA era avversato dai repubblicani e da una parte dell’establishment democratico, che lo vedevano come un accordo insufficiente che non affrontava il programma missilistico iraniano e le sue attività regionali. In Iran, i conservatori e il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) lo consideravano una capitolazione.

La decisione del presidente Donald Trump di ritirarsi unilateralmente dall’accordo nel maggio 2018 e di reimporre sanzioni "massime" ha fatto esplodere la fragile tregua. È stato un colpo devastante alla credibilità della diplomazia e ha confermato le peggiori paure delle fazioni più radicali a Teheran: gli USA non sono affidabili. L’Iran ha risposto incrementando progressivamente le attività nucleari proibite (arricchendo uranio a livelli più alti, accumulando scorte, limitando gli accessi agli ispettori), avvicinandosi pericolosamente alla soglia per costruire un’arma nucleare. Il fallimento del JCPOA ha riportato la tensione ai massimi livelli.

Scontri Diretti e la Soglia della Guerra Totale

Il ritiro dal JCPOA ha inaugurato una fase di estrema pericolosità, caratterizzata da attacchi audaci e rappresaglie che hanno più volte sfiorato la guerra aperta.

2019: Attacchi a petroliere nel Golfo; abbattimento da parte dell’Iran di un drone americano; attacco a droni e missili contro gli impianti petroliferi di Abqaiq in Arabia Saudita, attribuito all’Iran.

Gennaio 2020: L’apice della crisi. Un attacco di milizie filo-iraniane in Iraq uccide un contractor americano. Gli USA rispondono bombardando basi delle milizie. Poi, un attacco a mortai all’ambasciata USA a Baghdad. Il 3 gennaio, un drone americano uccide a Baghdad il Generale Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds dell’IRGC e architetto della strategia regionale iraniana, e Abu Mahdi al-Muhandis, capo delle milizie irachene filo-iraniane. È un attacco senza precedenti, una decapitazione del comando militare iraniano all’estero. L’Iran risponde cinque giorni dopo lanciando decine di missili balistici contro basi americane in Iraq, ferendo soldati USA. Per miracolo, non ci sono vittime americane, evitando una risposta su larga scala.

Attacchi della Proxy: Continuano gli attacchi delle milizie sostenute dall’Iran contro forze americane in Iraq e Siria, spesso con droni e razzi, a cui Washington risponde con bombardamenti mirati.

Questi episodi dimostrano una dinamica pericolosa: entrambe le parti testano i limiti dell’avversario, ma sembrano determinati a evitare una guerra convenzionale totale, consapevoli dei costi catastrofici. È una "guerra al limite", dove la posta in gioco è stabilire deterrenti e infliggere costi, senza oltrepassare la linea rossa che scatenerebbe un conflitto imprevedibile.

I Narrativi Interni: Il Pilastro della Tensione

La tensione non è solo una questione di politica estera; è un pilastro identitario e politico per entrambi i regimi.

Nella Repubblica Islamica, la "Resistenza" (moghāvemat) all’egemonia americana è un principio fondante della rivoluzione. Serve a legittimare il potere dei clericali e dell’IRGC, a giustificare le difficoltà economiche ("il prezzo da pagare per l’indipendenza"), a unire la popolazione attorno a una causa nazionale. Gli elementi più moderati o riformisti, che puntano a un riavvicinamento con l’Occidente per salvare l’economia, sono costantemente contrastati dalle fazioni conservatrici e dalle IRGC, che vedono nella distensione una minaccia esistenziale al loro potere e alla loro ideologia.

Negli Stati Uniti, l’antagonismo verso l’Iran unisce un ampio spettro bipartisan, sebbene con sfumature diverse. I repubblicani tendono a enfatizzare il regime change e il sostegno totale a Israele e Arabia Saudita. I democratici, soprattutto dopo Obama, sono più divisi, tra chi vede nel dialogo e in un ritorno al JCPOA l’unica via razionale e chi sottolinea i diritti umani e la destabilizzazione regionale iraniana. L’influenza del potente lobbismo pro-Israele (AIPAC) e della lobby saudita rende politicamente costoso per qualsiasi amministrazione cercare un vero disgelo.

Lo Stallo Attuale e le Vie (Impervie) d’Uscita

Oggi il rapporto è in un punto morto pericoloso. I negoziati per un "ritorno al JCPOA", avviati dall’amministrazione Biden, sono falliti nel 2022. Le ragioni sono complesse: l’Iran chiede garanzie che gli USA non si ritirino di nuovo, la rimozione dell’IRGC dalla lista delle organizzazioni terroristiche straniere, e ispezioni chiuse dell’AIEA sui siti nucleari; gli USA e gli europei chiedono che l’Iran fermi prima la sua avanzata nucleare e cooperi con l’AIEA. Nel frattempo, la repressione delle proteste "Donna, Vita, Libertà" in Iran e il sostegno iraniano alla Russia nella guerra in Ucraina hanno ulteriormente inasprito l’atteggiamento occidentale.

Le possibili vie future sono incerte:

Diplomazia Congelata e Contenimento Attivo: Lo scenario più probabile a breve termine. Nessun accordo nucleare, ma un contenimento attraverso sanzioni e presenza militare. L’Iran continua ad avanzare nel programma nucleare, arrivando forse a possedere la bomba (o a essere a un passo da essa), innescando una potenziale corsa agli armamenti regionale (Arabia Saudita, Turchia, Egitto potrebbero cercare l’atomica) e aumentando il rischio di un attacco preventivo israeliano.

Escalation e Conflitto Limitato: Un calcolo errato, un attacco con vittime americane, o una mossa nucleare iraniana potrebbero far scattare una serie di rappresaglie militari che, sebbene probabilmente mirate (impianti nucleari, basi navali, comandi IRGC), rischiano di sfuggire al controllo e di degenerare in una guerra regionale ampia, con effetti devastanti sull’economia globale (blocco dello Stretto di Hormuz, picco del petrolio).

Una Nuova Diplomazia del "Piano B": Un approccio più ampio che, partendo dal nucleare, cerchi di affrontare in modo graduale anche le questioni regionali e missilistiche. Sarebbe estremamente complesso e richiederebbe una mediazione internazionale forte (forse da parte di Cina o Russia, ora più vicine a Teheran) e una volontà politica oggi assente sia a Washington che a Teheran, dove le leadership sono deboli o polarizzate.

Cambiamento Regime/Instabilità Interna: Una speranza (o paura) di lunga data. Le sanzioni e le proteste potrebbero teoricamente minare il regime. Tuttavia, la Repubblica Islamica ha dimostrato una notevole resilienza, e l’IRGC controlla saldamente l’apparato di sicurezza e gran parte dell’economia. Un crollo interno è imprevedibile e potrebbe portare a un caos peggiore.

Un Vicolo Cieco Strategico

Il rapporto teso tra Iran e USA è più di una faida; è un vicolo cieco strategico con poche vie d’uscita apparenti. È alimentato da cicli di diffidenza, provocazione e rappresaglia che si auto-rinforzano. La memoria storica del 1953 e del 1979 avvelena ogni tentativo di fiducia a Teheran, mentre la memoria degli ostaggi e del terrorismo regionale frena Washington. La posta in gioco è altissima: sicurezza energetica globale, stabilità mediorientale, non-proliferazione nucleare e il rischio di un conflitto di proporzioni epocali.

Risolvere questo nodo gordiano richiederebbe non solo una coraggiosa leadership politica in entrambe le capitali, disposta a rischiare sul piano interno, ma anche una ridefinizione dell’architettura di sicurezza regionale che vada al di là della semplice contrapposizione a somma zero. Finché l’identità stessa della Repubblica Islamica si costruirà sull’anti-americanismo, e finché la politica USA nella regione si baserà sull’isolamento e la demonizzazione dell’Iran, la tensione rimarrà la condizione di base, con il costante, inquietante ronzio di guerra sullo sfondo. Nel frattempo, il mondo trattiene il fiato, sperando che la prossima provocazione non sia quella fatale.

Anche pochi euro fanno la differenza tra chiudere bottega e aprire nuovi spazi di libertà. Effettua una donazione sicura su PayPal. 

Seguici sui nostri social #uffedition

Resta aggiornato

Iscriviti alle newsletter per ricevere nella tua mail notizie, approfondimenti, classifiche, recensioni, sconti e offerte!


facebook
instagram
messenger
spotify
X

La nostra voce, la tua voce

Siamo un magazine indipendente senza filtri imposti da grandi gruppi editoriali, soltanto con la passione per la verità, la cura per le parole, lo sguardo rivolto alle culture e alle idee del nostro tempo che influenzeranno il futuro.

uf222

Copyright © 2025 uffedition.it @All rights resevered

Designed by Daforma Studio SWA ♡